Il 25 ottobre 2017, ore 9.00-18.30 presso l’Aula Crociera Alta di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano si terrà il Convegno internazionale Per una didattica della deportazione. Sfide e modelli in Europa organizzato da Fondazione Memoria della Deportazione, Fondazione Fossoli, Dipartimento di Studi Storici dell’Università degli Studi di Milano e Rete Universitaria Giorno della Memoria.

Il Convegno è il primo momento di un corso di formazione per docenti, che prevederà anche due incontri seminariali a Carpi (Campo Fossoli) 8/9 novembre e a Milano (Fondazione Memoria della Deportazione) 4/5 dicembre 2017.

Del convegno sarà trasmessa una diretta streaming all’indirizzo

http://deportazioneineuropa.altervista.org/

Programma convegno:

Per una didattica della deportazione. Sfide e modelli in Europa

Presentazione:

Antonino De Francesco, Direttore Dipartimento di Studi Storici Università degli Studi di Milano

Marco Cuzzi, Università degli Studi di Milano

Emanuele Edallo, Università degli Studi di Milano

Sessione mattutina Caratteri generali e strumenti

Presiede: Massimo Castoldi, Fondazione Memoria della Deportazione

Valeria Galimi, Le deportazioni dall’Italia: tipologie, esecutori ed esiti, Università degli Studi di Milano

Charles Heimberg, Didattica della storia e memoria delle deportazioni: di cosa parliamo e quali problemi affrontiamo?, Università di Ginevra

Laura Fontana, A proposito della pedagogia dei viaggi della memoria: interrogativi aperti, Mémorial de la Shoah di Parigi

Elisabetta Ruffini, Un desiderio frenetico di dire. L’immaginario, la letteratura e i Lager, ISREC (Bergamo)

Carlo Saletti, Immagini: documenti fotografici e film, Università di Brescia

Francesca Costantini, Le deportazioni dall’Italia nei manuali di storia, Fondazione Cdec

Sessione pomeridiana Alcune esperienze europee: modelli e riflessioni

Presiede: Marzia Luppi, Fondazione Fossoli

Kerstin Stubenvoll, Situer la Conférence de Wannsee dans l’histoire de la deportation: Évènements historiques, narratives pertinentes et défis pédagogiques, Haus der Wannsee-Konferenz  (Berlino)

Mirna Campanella, Sotto gli occhi di tutti. La deportazione degli ebrei e la messa all’asta dei loro beni a Lörrach, Centro di documentazione Topografia del Terrore (Berlino)

Stephanie Boissard, Riflessione ed esperienza didattica alla Maison d’Izieu, Maison d’Izieu (Izieu, Francia)

Guy Dockendorf, Le Comité International de Mauthausen – son histoire – ses missions -son projet d’itinéraire culturel “Via Memoria Mauthausen, Comité International de Mauthausen.

Locandina

Il convegno sarà seguito da due giornate seminariali:

A CARPI (Campo di Fossoli), 8/9 novembre 2017

Il racconto dei luoghi e le implicazioni didattiche

8/9 novembre 2017, ore 9.30-18.00 (8 novembre per i docenti provenienti dall’Emilia-Romagna; 9 novembre per i docenti provenienti dalla Lombardia)

Campo di Fossoli, Carpi

Programma

Mattina

Visita ai luoghi (Campo di Fossoli, Museo Monumento), riflessione sui percorsi storico-documentari predisposti per le scuole e presentazione dei materiali, a cura di Marzia Luppi e Marika Losi

Raccontare, rappresentare, Intervento di Dominique Vidaud, Maison d’Izieu

La deportazione nelle immagini, Intervento di Anna Steiner, architetto

Pomeriggio

Workshop di progettazione di unità di lavoro curati dagli insegnanti partecipanti

A MILANO (Fondazione Memoria della Deportazione, via Dogana 3), 4/5 dicembre 2017

Milano e la memoria degli anni del fascismo e dell’occupazione tedesca

4/5 dicembre, ore 9.30-18.00 (4 dicembre per i docenti provenienti dalla Lombardia; 5 dicembre per i docenti provenienti dall’Emilia-Romagna)

Programma

Mattina

I luoghi della memoria in città, a cura di Massimo Castoldi, Roberta Cairoli e Francesca Costantini

Pomeriggio

Workshop di progettazione di unità di lavoro curati dagli insegnanti partecipanti

Per chi fosse interessato, si allega per ogni ulteriore informazione il programma del corso

CORSO DI FORMAZIONE PROGRAMMA ott-dic_2017

25 ottobre 2017

Discorso introduttivo di Massimo Castoldi (Fondazione Memoria della Deportazione)

La cronaca di questi ultimi giorni chiama ancora una volta la scuola al suo compito di istituzione educativa sui temi della memoria, del razzismo, dell’antisemitismo, della guerra, della pace, della formazione di una coscienza civile e tutti noi che lavoriamo nel settore sappiamo quanto rispondere a questa richiesta sia difficile.

Quanto sia difficile operare in una direzione, quando istanze con ben altro potere persuasivo non ci sostengono o non ci sostengono nel modo adeguato.

Cosa può realmente fare la scuola in questa direzione, oltre a insegnare la storia e a farne comprendere la funzione di struttura portante per ogni forma di sapere? Forse qualcosa di più può fare.

Su questo avremo occasioni per riflettere insieme, soprattutto con chi seguirà l’intero corso di formazione, che per la prima volta vede collaborare tra loro istituzioni con storie e impostazioni diverse, la Fondazione Memoria della Deportazione, che qui rappresento, la Fondazione Fossoli e l’Università, che ritengo punto di riferimento imprescindibile, perché comunque istituzione di garanzia scientifica per il nostro operato.

A oltre settannt’anni dalla liberazione di Auschwitz e di Mauthausen occorre interrogarsi oggi su cos’è la didattica della deportazione, spesso negli anni passati affidata ai testimoni, a torto o a ragione, ma che domani non potrà più farlo e dovrà cercare sempre più i propri confini, comprendere i propri obiettivi.

Certamente dall’esperienza dei campi di sterminio e dalla sconfitta del fascismo e del nazismo è nata l’Europa di oggi, sono nate le nostre costituzioni garanti dei nostri diritti.

Certamente la deportazione è un tema europeo, non possiamo parlarne tra noi in circoli ristretti di poche centinaia di persone o ancora meno; e qui risiede una delle ragioni di questo convegno. Vogliamo ascoltare le istituzioni europee francesi, tedesche, austriache (in una sola giornata non potevamo invitane di più), per confrontare le loro con le nostre esperienze didattiche.

In questo confronto è nostro dovere anche far emergere lo specifico delle deportazioni dall’Italia, uniche in Europa per la loro varietà e complessità storica.

Sintesi degli interventi:

Valeria Galimi, Le deportazioni dall’italia: tipologie, esecutori ed esiti

Il presente intervento intende tracciare un quadro delle deportazioni dall’Italia messe in atto a partire dall’autunno del 1943, sia di civili, sia per motivi politici e razziali, all’interno del sistema di spostamento di popolazioni caratteristico della politica occupazione nazista dell’Europa. Discutendo le acquisizioni più recenti di una storiografia internazionale che continua incessantemente ad interrogarsi e a dare nuovi contributi grazie all’accesso di nuove fonti e archivi, saranno prese in esame la specificità del caso italiano, la cronologia degli arresti e delle deportazioni, le differenze della tipologia di “deportati”, nonché il coinvolgimento delle strutture della Repubblica sociale e della società italiana nella cattura dei perseguitati.

 Charles Heimberg, Didattica della storia e memoria delle deportazioni: di cosa parliamo e quali problemi affrontiamo?

Alcune ricerche e riflessioni sul lavoro della memoria, non solo sul caso particolare della Svizzera, ma anche riguardanti la Francia, mettono in evidenza i limiti della sua efficacia nella prospettiva della prevenzione delle violenze e dei crimini contro l’umanità. Siamo inoltre davanti al problema del curriculo, cioè alla necessità di determinare a quali saperi e a quali sensibilizzazioni ha diritto ogni allievo di ogni classe, di ogni istituto. Ci chiediamo pure come gli attori del lavoro della memoria potrebbero stimolare questo diritto al sapere e alla sensibilizzazione partendo dai fondamenti epistemologici della storia. Peraltro, la nostra riflessione porta alla figura del testimone e su ciò che avverrà quando non ci saranno più; ma anche alla necessità di collocare questo lavoro sia nella durata dell’itinerario professionale dei docenti sia nella prospettiva dell’allontanamento temporale di questi fatti traumatici.

 Laura Fontana, A proposito della pedagogia dei viaggi della memoria: interrogativi aperti

Dalla fine degli anni Novanta il viaggio-studio agli ex campi di concentramento e di sterminio nazista – con Auschwitz-Birkenau come destinazione privilegiata da almeno 15 anni (indubbiamente anche per effetto dell’istituzione del 27 gennaio a Giorno della Memoria della Shoah) – è diventato al contempo una pratica didattica molto diffusa nelle scuole italiane e un progetto culturale capace di aggregare comunità sempre più numerose e motivate di adolescenti e di adulti, coinvolgendoli in un’esperienza che trascende l’obiettivo di visitare i luoghi del passato.

È peraltro opinione condivisa che condurre i giovani sul luogo del trauma affinché vedano con i propri occhi ciò che patirono le vittime della deportazione politica e della Shoah rappresenti uno strumento potente per facilitare la loro conoscenza e comprensione del passato, oltre a costituire un mezzo efficace di sensibilizzazione alla responsabilità individuale per contrastare le nuove forme di odio e di violenza delle società contemporanee.

Che si tratti di viaggi di formazione storico-politica o di trasformazione etico-morale, a seconda dell’ambizione degli obiettivi dichiarati, è indubbio che sia Auschwitz più di altri luoghi, per il gigantismo del complesso e per l’ampiezza dei crimini che vi furono perpetrati, ad essere considerato da molti come una destinazione imprescindibile, quasi obbligatoria, da visitare almeno una volta nella vita, per capire davvero l’enormità della tragedia e per cogliere appieno le molteplici sollecitazioni che offre in quanto simbolo della barbarie e della Shoah.

Non che l’Italia rappresenti del tutto un’eccezione in un panorama dei viaggi collettivi ai luoghi della memoria animati da una sempre maggiore impronta idealista e dalla militanza politica, ma è l’Italia a rappresentare un fenomeno a sé, e per certi versi senza precedenti in Europa, per il numero dei suoi visitatori di Auschwitz. Da diversi anni, infatti, il nostro Paese svetta ai primi posti della classifica stilata dal Museo, avvantaggiato anche dalle migliaia di giovani passeggeri dei Treni della Memoria che ogni inverno arrivano in Polonia per visitare le rovine dei crematori e del complesso concentrazionario.

Se è indubbio che molte di queste esperienze, siano esse organizzate dalle scuole, da associazioni o da istituzioni pubbliche o private, abbiano prodotto risultati significativi sul piano della trasmissione della conoscenza storica e su quello della condivisione e della sensibilizzazione, resta tuttavia ancora da indagare a fondo la correlazione tra insegnamento della storia e pedagogia del viaggio della memoria (utilizzando qui una definizione entrata nel linguaggio comune che è impropria). Perché la lezione della Shoah si declina spesso nel viaggio ad Auschwitz o viene concepita come propedeutica alla visita del luogo dello sterminio degli ebrei? Perché Auschwitz ha disegnato una geografia dei viaggi della memoria a senso unico, relegando in secondo piano molti altri luoghi, in Italia come in Europa, che furono importanti per il fenomeno più complesso ed eterogeneo delle deportazioni? Per quale ragione la finalità del viaggio prevale, in molti casi, sulla scelta dei contenuti del curricolo di storia sulla Seconda guerra mondiale, al punto da influenzare la narrazione che viene trasmessa e col rischio di una periodizzazione superficiale e di una comprensione imprecisa dei fatti storici?

La relazione intende interrogare aspetti cruciali della pratica scolastica dei viaggi ai luoghi della memoria, concentrandosi su alcune derive del fenomeno e su errori metodologici abbastanza ricorrenti. Contrariamente a quanto pensano alcuni, l’urgenza non è quella di confezionare manuali di istruzioni per un buon uso delle visite ai lager, né tantomeno di canonizzare un’esperienza che deve mantenere il suo carattere di pluralismo e di autonomia progettuale, ma è quella di provare ad analizzare con lucidità e auto-critica ciò che è avvenuto nell’evoluzione di tali esperienze, oggi ossessivamente focalizzate su Auschwitz. Ciò che abbiamo sotto gli occhi è un fenomeno dalle proporzioni importanti che rischia di indebolire la centralità della lezione di storia rispetto all’esperienza del viaggio e, più in generale, il posto che spetta alla disciplina della storia non solo nell’insegnamento scolastico, ma in una società civile.

Elisabetta Ruffini, Un desiderio frenetico di dire.Ll’immaginario, la letteratura e i lager

Il legame tra il concetto di “indicibile” e l’esperienza concentrazionaria è stato ormai messo espressamente in discussione anche in ambito storiografico, aprendo ad una riflessione storica sulla costruzione della memoria della deportazione e quindi sullo spazio di visibilità e di ascolto dei racconti dei sopravvissuti. Si va così imponendo una necessaria considerazione dell’immaginario come orizzonte all’interno del quale l’esperienza appena vissuta diventa racconto condiviso all’interno della collettività e interroga le forme del dire ereditate dal passato. In questa prospettiva la letteratura si impone come spazio d’incontro tra individuale e collettivo, presente e passato, tradizione e sperimentazione. Importante è allora arrivare a considerare con i ragazzi il ruolo della letteratura nella trasmissione dell’esperienza concentrazionaria che quello dei racconti dei sopravvissuti nella costruzione della letteratura del 900.

Dopo una breve riflessione teorica a partire dalle considerazioni di alcuni grandi scrittori testimoni dei Lager (Primo Levi, Robert Antelme, Liana Millu, Charlotte Delbo), si forniranno agli insegnanti alcuni estratti di testimonianze utili a considerare il modo con cui, in un rapporto dialettico con la tradizione, la forma del racconto riflette caratteri specifici dell’esperienza e viceversa la specificità del vissuto impone sperimentazioni sulla forma del dire.

Carlo Saletti, APOCALIPSYS CUM FIGURIS. La distruzione dell’ebraismo europeo: tempi, luoghi, modi, immagini

La distruzione degli ebrei d’Europa – espressione utilizzata dallo storico Raul Hilberg per la sua mirabile ricostruzione del percorso seguito, a partire dai primi anni Trenta del Novecento, dalla persecuzione attuata dalla Germania nazionalsocialista verso i cittadini del Reich ed europei di confessione o di razza israelita – mostra un andamento discontinuo, contrassegnato da ciò che è stata definita come una “radicalizzazione cumulativa” nelle politiche di violenza esercitate dall’insieme degli agenti che hanno immaginato e messo in atto l’impresa genocidaria. La storiografia del dopoguerra ha distinto differenti fasi di questo progetto di estinzione, in buona parte portato a compimento. Ciascuna di esse possiede dimensioni geografiche (il territorio coinvolto) e temporali (il periodo in cui la violenza si è esercitata), oltre a una o più modalità nel suo esercizio.

Le vittime del genocidio – gli ebrei dei paesi invasi sottoposti all’amministrazione civile o militare tedesca, e quelli dei paesi alleati o satelliti del Terzo Reich – furono perseguitati, espropriati dei propri beni, percossi, umiliati, costretti ad abbandonare le proprie case, espulsi, razziati e deportati in campi di concentramento, dove il loro lavoro veniva sfruttato sino alla morte, rinchiusi provvisoriamente in ghetti, affamati oppure ancora assassinati nei boschi o nelle radure dell’immenso territorio sovietico, asfissiati in camere a gas mobili o in istallazioni omicide di proporzioni inedite messe in funzione nel territorio appartenuto, primo della guerra, alla Polonia.

Il tormento estremo inflitto a una parte della popolazione europea è in gran parte documentato, oltre che da atti amministrativi della tecnocrazia e della burocrazia tedesche, dal mezzo per eccellenza della modernità: la macchina di ripresa fotografica o cinematografica. Quella che doveva essere, nelle parole di uno specialista della distruzione, una “restlose Vernichtung” – annientamento totale, ma anche annientamento senza resti – può dunque essere seguita accostando fotogrammi fissi o in successione che, con varie angolature, ne restituiscono il progredire: per frammenti, il processo di distruzione appare nella sua dimensione apocalittica. Apocalisse: tanto nel senso più esteso di evento catastrofico quanto in quello, più proprio, di svelamento.

Francesca Costantini, Le deportazioni dall’Italia nei manuali di storia

Questo intervento aggiorna, con le edizioni più recenti, una ricerca che ho svolto nel 2013, pubblicata sulla Revue d’histoire de la Shoah, dedicata al modo in cui i manuali scolastici affrontano il tema delle deportazioni dall’Italia tra il 1943 e il 1945. Di rado, in questi testi, viene evidenziata la drammaticità della situazione vissuta dalla popolazione italiana: centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini braccati e rastrellati dalle milizie della Repubblica Sociale Italiana, in stretto accordo con le truppe di occupazione naziste. Non viene quasi mai messa in luce la distinzione tra ebrei deportati nei campi di sterminio, senza riguardo al genere, all’età, alle condizioni fisiche, perseguitati solo in quanto ebrei e i combattenti della Resistenza, catturati per la loro opposizione al regime o i reduci dalle spedizioni militari, deportati in campi di concentramento, dove in molti trovavano anch’essi la morte. Si sorvola inoltre, o si tace del tutto, sull’impegno profuso dalle autorità e dalle milizie della Repubblica Sociale Italiana nei rastrellamenti degli ebrei, resi più facili grazie alle liste in possesso di Questure e Prefetture fin dai tempi delle leggi razziali del 1938. In questo modo si avvalora lo stereotipo degli “italiani brava gente”, con cui negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale si è evitato di fare i conti con la partecipazione italiana alla Shoah.

Nei manuali, la trattazione di questi eventi risulta frammentaria e spezzata all’interno di capitoli diversi, a volte si possono trovare quasi solo nelle parti dedicate agli approfondimenti, che non sempre vengono utilizzati; diventa così difficile analizzarli nell’arco del loro svolgimento dall’inizio alla fine e comprendere quindi compiutamente la storia del fascismo italiano, che ha segnato così a fondo la vita del nostro paese.

Kerstin Stubenvoll, Situer la Conferénce de Wannsee dans l’histoire de la deportation. Èvènements historiques, narratives pertinentes et défis pédagogiques.

Cette intervention est consacrée à la presentation du role de la Conférence de Wannsee dans les deportations des juifs d’Europe et des activités pédagogiques liées à ce sujet. Visant la réflexion sur la transmission du savoir, elle questionne les narratives historiques qui circulent par rapport aux étapes d’une prise de decision en matière de l’extermination. D’autre part, elle présente des trajectoires thématiques et des pistes pédagogiques pour s’approprier le sujet dans la multiperspectivité et d’une manière pluridimensionnelle.

Stéphanie Boissard, I bambini d’Izieu, giustizia e memoria.

La «Colonia dei bambini rifugiati» di Izieu fu creata nel mese di maggio del 1943 dall’OSE (Opera di Soccorso ai Bambini), un’organizzazione ebraica di mutuo soccorso. Il 6 aprile 1944, due mesi prima dello sbarco in Normandia, la colonia di Izieu fu liquidata dalla Gestapo di Lione, su ordine di Klaus Barbie. La retata si concluse con la deportazione di 44 bambini ebrei e dei loro 7 educatori. Fatta eccezione di un’educatrice, nessuno dei deportati di Izieu fece più ritorno.

La Maison d’Izieu, mémorial des enfants juifs exterminés, inaugurata nel 1994, è un “luogo di accoglienza e di vigilanza che, attraverso il ricordo dei bambini ebrei d’Izieu e la perpetuazione della loro memoria, consacra le sue attività all’informazione e all’educazione di ogni pubblico sui crimini contro l’umanità e sulle circostanze che li hanno generati. Questo luogo intende contribuire alla difesa della dignità dei diritti e della giustizia e alla lotta contro tutte forme di intolleranza e di razzismo” come precisato nello statuto di costituzione.

Luogo ufficiale della memoria nazionale francese, la Maison d’Izieu è insieme al Velodromo d’Inverno ed all’ex campo di internamento di Gurs, è uno dei tre luoghi di commemorazione nazionale delle vittime delle persecuzioni razziste e antisemite e dei crimini contro l’umanità commessi con la complicità dello Stato francese.

La ricerca storica proseguita dal memoriale è il fondamento della didattica proposta. Il lavoro pedagogico rivolto al mondo della scuola articola tre temi: la storia dei bambini d’Izieu, la giustizia, e la memoria. Partendo dalle fonti (documenti storici del Tribunale militare di Norimberga, filmati, testimonianze di parte civili o di avvocati del processo a K. Barbie ecc.) le visite partecipative, laboratori di ricerca o diritti permettono di far riflettere gli studenti, a partire della vicenda storica della colonia d’Izieu, sull’importanza di giudicare i criminali nazisti, sulle qualificazione di crimine contro l’umanità, genocidio, crimine di guerra, sul ruolo della giustizia come motore della costruzione della memoria e sulla costruzione di una giustizia penale internazionale dal dopo guerra fino ad oggi.

Mirna Campanella, Sotto gli occhi di tutti. La deportazione degli ebrei e la messa all’asta dei loro beni a Lörrach

L’intervento verte sul ritrovamento in tempi recenti di un fondo fotografico dall’eccezionale valore documentale presso l’archivio comunale della cittadina tedesca di Lörrach costituito da 42 fotografie scattate nell’autunno 1940. Esso illustra alcune tappe del processo di deportazione degli ebrei del luogo nonché la successiva messa all’asta dei loro beni. Nei singoli scatti sono riconoscibili i molteplici attori coinvolti -vittime, esecutori e spettatori- ed è inequivocabile il carattere volutamente pubblico dell’ “evento”.

La deportazione del 22 ottobre 1940 è stata la prima deportazione di massa di più di 6.500 ebrei tedeschi residenti nell’area sudoccidentale della Germania verso la Francia. Essa avviene un anno esatto prima dell’inizio delle deportazioni “verso l’est”. Considerata dai detentori del potere come una prova generale riuscita, essa funge da masterplan per l’organizzazione delle azioni successive.

Nuovi elementi d’indagine forniti da questo rinvenimento visivo hanno dato un impulso alla ricerca storica che a lungo aveva trascurato queste prime deportazioni.

Una foto proveniente da questo fondo è stata inserita nell’esposizione permanente del centro di documentazione Topografia del Terrore di Berlino inaugurato nel 2010 e viene frequentemente proposta nell’ambito delle attività didattiche offerte in forma di visite guidate o seminari. Nel 2012 una mostra temporanea allestita in loco dal titolo Sotto gli occhi di tutti ha presentato invece l’intero fondo.

Guy Dockendorf, Le Comité International de Mauthausen – son histoire – ses missions – son projet d’itinéraire culturel “Via Memoria Mauthausen”

1) Le Comité international de Mauthausen qui est né des groupes de résistance illégaux dans les camps nazis réunit actuellement 21 pays membres. Il fonde sa légimité sur le “Serment de Mauthausen du 16 mai 1945 prononcé par les prisonniers libérés. (extrait:)

La paix et la liberté sont la garantie du bonheur des peoples et l’édification du monde sur de nouvelles bases de justice sociale et nationale est le seul chemin pour la collaboration pacifique des États et des peuples.

Nous voulons, après avoir obtenu notre liberté et celle de notre nation, garder le souvenir de la solidarité internationale du camp et en tirer la leçon suivante : Nous suivrons un chemin commun, le chemin de la compréhension réciproque, le chemin de la collaboration à la grande oeuvre de l’édification d’un monde nouveau, libre et juste pour tous.

2) Nous voulons donner vie à ce chemin commun et créer un itinéraire culturel auprès du Conseil de l’Europe:

VIA MEMORIA MAUTHAUSEN

Les Chemins de la Mémoire de Mauthausen

Paysages et territoires concentrationnaires

Cet itinéraire culturel s’appuiera concrètement sur les sites et les paysages témoignant d’une des plus grandes séries d’horreurs perpétrées par le régime nazi : la négation des individus par le travail forcé qui les transforme en objets et installe dans les mentalités la banalité d’un génocide.

De façon concrète, le nouvel itinéraire culturel aura pour mission de documenter les transports dans les camps de la mort à partir des pays d’origine des déportés, les transports d’un camp à un autre camp, (beaucoup de déportés sont allés dans plusieurs camps) les marches de la mort en 1945, les retours des camps à la fin de la guerre.

Enfin, le nouvel itinéraire se proposera d ‘opposer au réseau de la terreur nazie de l’époque un nouveau réseau pour une rencontre apaisée des hommes et des femmes, dans l’esprit du serment de Mauthausen.

3) Le Comité international de Mauthausen s’est réuni les 23 et 24 septembre à Belgrade en Serbie et y a pris la décision de faire le projet ensemble avec 17 des pays membres du CIM et ne se limitera pas à Mauthausen et ses 49 sous-camps ou annexes comme Gusen, Melk, Ebensee, Loibl, Hartheim) mais qu’il travaillera ensemble avec d’autres camps de la mort ou lieux de mémoire comme Dachau, Buchenwald en Allemagne, Fossoli, Bolzano, Trieste en Italie, Auschwitz en Pologne, Struthof, Compiègne, Rivesaltes, en France.